martedì 27 luglio 2010

Stato?


Una volta lessi sulla Repubblica di un carcere situato in un'isoletta in Norvegia. I detenuti vivono in monolocali, piccole casette, non palazzoni. Prendono uno stipendio. Lavorano. Certo devono restare nell'isola per la durata della pena. E a un certo orario scatta il coprifuoco, luci spente. Certo, ci sono stati tentativi di evasione. E ci sono stati suicidi. Ma nulla di comparabile col nostro sistema di detenzione, basato sull'umiliazione, sul togliere all'individuo la cosa più importante: la sua dignità di persona. E purtroppo non si tratta di sola sofferenza psicologica, ma anche fisica: celle sovraffollate, roventi d'estate e gelide d'inverno, sporche.
Perché lo Stato commina una pena? Dal funzionamento attuale del sistema carcerario in Italia, sembra che l'unico scopo sia eliminare la presenza fisica di quel cittadino dalla società per un determinato periodo di tempo. E poi, dopo aver distrutto questa persona, trascorsi i termini, rimetterlo in libertà, a delinquere nuovamente. È questa la filosofia che c'è dietro. Se ce n'è un'altra, beh, ha miseramente fallito. E falliamo tutti noi con lei, quando pretendiamo che tale persona sia condannata, e ci rammarichiamo, perché sono stati comminati appena 16 anni anziché 30. Ci rendiamo conto delle mostruosità che siamo capaci di produrre? È questo il risultato, duecento anni dopo quei centocinquant'anni di riflessione filosofico-politico-giuridica? È per questo che gli Spinoza, i Locke, i Voltaire, i Diderot, i Montesquieu, i Beccaria, i Tocqueville, i Mill e i Sade hanno pensato e scritto?

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