lunedì 7 febbraio 2011

Filosofia

Più mi avventuro nel giocoso corso della matematica, più mi rendo conto delle carenze letterarie e artistiche che ho. Non ci si può laureare in una facoltà di 'Lettere e Filosofia' senza sapere un cazzo di letteratura e arte. La filosofia pone questioni, come che cosa è realmente?, che di primo acchito fan tremare i polsi; o per lo meno sono proposti con tale pomposità. Ma in realtà i polsi tremano quando sospetti qualcosa che non vorresti mai aver pensato della persona a te più cara, quando capisci che una storia che non doveva finire mai è finita; i polsi tremano quando leggi Il Grande Inquisitore nei Fratelli Karamàzov o il finale de L'Étranger di Camus; tremi davanti a Guernica o a Los fusilamientos del tres de mayo di Goya. In verità le grandi, pompose e decisive questioni della filosofia sono completamente indifferenti per il singolo. Si tratta solo di dare nomi nuovi alle cose, e di proporre queste nuove denominazioni.

sulla non traducibilità

Una traduzione si deve pur azzardare! Naturali e giustificatissime tutte le cautele su un testo tradotto, specie se filosofico. Ma il termine non tradotto mi sta sul cazzo. Tanto vale non tradurre niente allora, e romperisi le corna sull'originale. C'è sempre un'interpretazione e il traduttore si deve assumere la responsabilità di esplicitarla: λόγος, Dasein, etc... vanno tradotti. Certo sarebbe onesto, magari, far precedere la traduzione da un saggio breve in cui si ricostruisca la storia del concetto, se ne evidenzino le varie sfumature e si giustifichi la propria scelta. Ma è davvero intollerabile trovare il termine non tradotto: è come se il traduttore volesse lavarsene le mani, ma così il resto della traduzione sarà comunque contaminato da un certo senso in cui egli intende quel concetto, che visto il privilegio dell'impossibile resa sarà sicuramente centrale e condizionante il resto dell'opera: di fatto opera una traduzione implicita e surrettizia. Meglio allora esplicitare tutto, essere onesti con il lettore e ingaggiare una lotta con lui: una lotta ad armi pari però, senza sottintesi!

Fede

Lo so! Ma sei sicuro di saperlo? Come puoi saperlo? Su cosa si fonda questa, anzi la conoscenza? Non è in fin dei conti una questione di fede? E questa fede, da dove viene se non da un sentire? E qual è il sentire per eccellenza, se non αἴσθησις della vista e del tatto? Insomma, ritorniamo a Hume e fanculo a tutti!
L'unica conoscenza vera, sicura, salda, oggettiva, non è che quella artificiale: matematica, logica, etc.
In fin dei conti Platone per ammettere che si abbia conoscenza, la deve concepire come ricordo. La conoscenza l'abbiamo già, si tratta solo di farla riemergere. Leibniz e Cartesio si muoveranno sugli stessi binari. Il problema non è forse il modello di conoscenza che Platone ha in mente? Una επιστήμη che sia salda e una volta e per tutte. La matematica. Ovviamente questo modello è valido solo per qualcosa di assolutamente convenzionale come la matematica. Questa è la causa di tutti i problemi di Platone, dell'aporeuticità del Teeteto e della farraginosità del Menone. Dunque il giudizio, con pretese di verità, è possibile solo in matematica, in logica e in discipline affini: esso è sempre o vero o falso, non ci si può sbagliare.
Che ci rimane? Fede. Fede in che? In sistemi perfetti, ma pur sempre convenzionali? O in quello che sentiamo? 'Credo' che per vivere sia necessaria fede nelle altre persone. Ma in base a quali criteri? Non credo sia possibile stabilire dei criteri. Credo che la fisicità sia comunque la base indispensabile alla formazione della credenza nell'altro: mi fido di te se ti vedo, ti sento, ti frequento, ti posso toccare. Più profondo è il contatto più 'fondata' può essere la fede. È l'eros il massimo di questa 'profondità'. È evidente che una fede così caratterizzata non può orientarsi verso una divinità: manca la base fisica, si tratterebbe di una fede 'non fondata'. Fatta così piazza pulita di scienze e sistemi, che rimane? Costruzione della persona nella necessaria interazione con l'altro. Evidentemente questa fede ha una 'fondazione' traballante: è caratterizzata dall'esser sempre una scommessa, ma una scommessa di cui non è possibile calcolare la probabilità di vincita, alla faccia di Pascal. Non rimane altro che giocarcela questa vita.