lunedì 7 febbraio 2011

Fede

Lo so! Ma sei sicuro di saperlo? Come puoi saperlo? Su cosa si fonda questa, anzi la conoscenza? Non è in fin dei conti una questione di fede? E questa fede, da dove viene se non da un sentire? E qual è il sentire per eccellenza, se non αἴσθησις della vista e del tatto? Insomma, ritorniamo a Hume e fanculo a tutti!
L'unica conoscenza vera, sicura, salda, oggettiva, non è che quella artificiale: matematica, logica, etc.
In fin dei conti Platone per ammettere che si abbia conoscenza, la deve concepire come ricordo. La conoscenza l'abbiamo già, si tratta solo di farla riemergere. Leibniz e Cartesio si muoveranno sugli stessi binari. Il problema non è forse il modello di conoscenza che Platone ha in mente? Una επιστήμη che sia salda e una volta e per tutte. La matematica. Ovviamente questo modello è valido solo per qualcosa di assolutamente convenzionale come la matematica. Questa è la causa di tutti i problemi di Platone, dell'aporeuticità del Teeteto e della farraginosità del Menone. Dunque il giudizio, con pretese di verità, è possibile solo in matematica, in logica e in discipline affini: esso è sempre o vero o falso, non ci si può sbagliare.
Che ci rimane? Fede. Fede in che? In sistemi perfetti, ma pur sempre convenzionali? O in quello che sentiamo? 'Credo' che per vivere sia necessaria fede nelle altre persone. Ma in base a quali criteri? Non credo sia possibile stabilire dei criteri. Credo che la fisicità sia comunque la base indispensabile alla formazione della credenza nell'altro: mi fido di te se ti vedo, ti sento, ti frequento, ti posso toccare. Più profondo è il contatto più 'fondata' può essere la fede. È l'eros il massimo di questa 'profondità'. È evidente che una fede così caratterizzata non può orientarsi verso una divinità: manca la base fisica, si tratterebbe di una fede 'non fondata'. Fatta così piazza pulita di scienze e sistemi, che rimane? Costruzione della persona nella necessaria interazione con l'altro. Evidentemente questa fede ha una 'fondazione' traballante: è caratterizzata dall'esser sempre una scommessa, ma una scommessa di cui non è possibile calcolare la probabilità di vincita, alla faccia di Pascal. Non rimane altro che giocarcela questa vita.

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